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Er pranzo co’ li marziani a Campo Marzio
A Roma c’e stanno cose che manco te le immagini. Tipo che un martedì de maggio, co’ er sole che spaccava le pietre e li turisti
che se scioglievano come gelati ar pistacchio, ar Campo Marzio atterra ‘na navicella spaziale grossa quanto er bar de Nando.
Senza fa’ rumore, eh. Solo ‘n leggero sussurro, come quanno stappi ‘na gazzosa.
Io stavo là, seduto su ‘na panchina, a magnà ‘n tramezzino alla coda alla vaccinara e a leggere Seneca (perché sì, pure noi romani ogni tanto leggemo). Quanno vedo ‘sto coso lucido, verde smeraldo, co’ le lucette che lampeggiano come l’albero de Natale ar Pigneto.
Dalla navicella scendono tre marziani.
Verdi? No. Errore classico. Erano color porchetta: un beige rosato, co’ ‘na pelle che pareva cotenna abbrustolita.
Avevano tre occhi, ma uno solo parlava.
Sì, parlava. Attraverso l’occhio centrale.
Me guardano.
Io li guardo.
Uno de loro fa, co’ voce metallica ma educata:
«Scusi, è qui che se magna la carbonara originale?»
Io rimango un attimo zitto e perplesso , penso questi cosa cercano da me non è che me vogliono sfottere .
Poi je rispondo: «Aho, se siete venuti da Marte pe’ la carbonara, ve rispetto ed ammiro .
Ma quella bona sta a Trastevere, non qua.»
L’occhio centrale lampeggia.
«Semo venuti pe’ studià la civiltà umana attraverso er rituale del pranzo.»
«Ah, allora avete scelto bene. A Roma er pranzo è ‘na religione.»
Se siedono co’ me su una panchina. Uno tira fora ‘na tovaglietta trasparente che fluttua a mezz’aria.
Sopra compaiono piatti che sembrano fatti de luce.
«Noi», dice l’occhio, «nutrimo er corpo co’ l’energia del pensiero.
Ma semo curiosi de capì perché voi umani associate er cibo alla felicità.»
Io me pulisco le mani sui jeans.
«Perché, quanno magni te ricordi che sei vivo. E quanno magni insieme, te ricordi che non sei solo.»
Er marziano resta zitto. Poi:
«Ma la solitudine non è condizione naturale dell’essere? Ogni coscienza è isolata nella sua connessione con l’universo circostante .»
«Sì», je faccio, «ma er bello è fa’ finta de no. È sedere attorno a ‘n tavolo e dì: “passame er sale”.
È ‘na bugia condivisa che te salva sempre .»
L’occhio centrale se stringe, come se stesse a pensà.
«Sul nostro pianeta», dice, «ognuno medita da solo. Non condividiamo er nutrimento, condividiamo l’energia prodotta dai nostri corpi .»
«E allora ve perdete er meglio,» je risponno. «Er senso della vita non è solo capilla.
È condividerla in ogni sua fase . Pure er dolore, se lo dividi, pesa meno.»
Uno dei marziani prova ad assaggià er tramezzino mio. Prima però lo analizza co’ ‘na specie de raggio azzurro.
«Contiene grassi, proteine, memoria culturale e… affetto.»
«Affetto?» chiedo.
«Sì. L’energia emotiva de chi l’ha cucinato.»
Sorrido.
«Eh, quella è l’ingrediente segreto.»
Resta ‘n momento de silenzio. Attorno, Roma continua a vivere : clacson, risate, ‘na signora che urla ar fijo de non correre .
Er marziano dice piano:
«Perché continuate a vivere sapendo che dovrete morire?»
Io me gratto la barba.
«Perché nel bel mezzo de sta vita c’e sta er pranzo.»
«Non è una risposta logica.»
«No, è una risposta romana.»
Loro se guardano tra de loro, come se stessero a interconnessi , mentalmente .
Poi l’occhio centrale dice:
«Forse la vita non è ricerca de senso, ma esperienza de relazione.»
«Bravo,» je faccio. «Te stai romanizzando.»
A quel punto arriva Nando, er barista, co’ ‘na cassetta de birre.
«Aho, ma chi so’ ‘sti tre? Attori della nuova serie Netflix?»
«So’ marziani,» je dico tranquillo.
Nando annuisce.
«Vabbè, se bevono, devono pagare pure loro.»
Uno dei marziani chiede:
«Che cos’è pagare?»
Io e Nando c’e guardiamo.
«Ecco,» je faccio, «questa è la parte meno filosofica dell’umanità.»
Ridono. Sì, ridono. Fanno ‘n suono tipo campanelli ar vento.
Poi bevono con noi tre birre a testa . Uno di loro sbanda pure. Ride come un bambino .
Mentre gli altri due . Lo scannerizzano per farlo riprendere coscienza.
Prima de ripartì, l’occhio centrale me dice:
«Porteremo su Marte l’idea del pranzo condiviso. Forse è questa la vostra tecnologia più avanzata.»
«Aho,» risponno, «e ricordateve: niente panna nella carbonara, sennò ve dichiaro guerra interplanetaria.»
Tutti e tre ridono ,sento i campanelli suonare nella capoccia.
La navicella se rialza piano piano, sparisce tra le nuvole sopra er Pantheon.
Io resto lì, co’ er sole in faccia e Seneca in mano. Lo apro e leggo:
“Non è che abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto intorno a cose che non sappiamo cosa siano .”
Sorrido.
Forse pure Seneca, se poteva, se faceva ‘n pranzo co’ li marziani ar Campo Marzio. Perché alla fine, che sei romano o extraterrestre, sempre de quello se tratta: trovà qualcuno co’ cui spartì er pane… e le domande grosse dell’esistenza nate in seno all’universo.